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Paragrafo 3 . Le condizioni di vita dei lavoratori.

     
Relegato ad un ruolo subalterno all'interno del processo produttivo  e
nettamente  sfavorito nel rapporto con la borghesia capitalistica,  il
proletariato industriale era costretto a misere condizioni di lavoro e
di vita.
     Le  ore  lavorative  giornaliere andavano da dodici  a  quindici;
spesso si lavorava anche di notte; i salari erano bassissimi, in molti
casi  inferiori al livello minimo di sussistenza; nei luoghi di lavoro
le  condizioni igieniche erano pessime e non esistevano misure per  la
prevenzione   degli  infortuni;  i  giorni  di  malattia   non   erano
retribuiti;  le  donne  incinte cessavano di lavorare  solo  quasi  al
momento delle doglie e riprendevano poco dopo il parto.
     I  nuovi modi di produzione toglievano ai lavoratori ogni  potere
di   controllo  sulle  varie  fasi  dell'attivit  produttiva   e   li
sottoponevano  ai ritmi artificiali delle macchine e a una  disciplina
di tipo poliziesco. Per gli operai,
     
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     queste  erano  condizioni  particolarmente  intollerabili,  forse
ancor  pi degli orari prolungati e degli impieghi gravosi,  ai  quali
essi  erano  in gran parte abituati, perch cos venivano  privati  di
qualsiasi autonomia e si sentivano strumenti, macchine essi stessi.
     Sottoposta   ad   un  pesante  sfruttamento  era  la   manodopera
femminile  e  minorile: i salari corrisposti erano assai  inferiori  a
quelli pagati agli uomini adulti; i bambini cominciavano a lavorare  a
partire  anche  da  quattro  anni  e  venivano  impiegati  per   orari
prolungati e con compiti faticosissimi persino nelle miniere.
     Il  basso  livello  della  qualit della  vita  del  proletariato
industriale  era determinato anche dalle pessime condizioni  materiali
dell'esistenza.  Dalla fine del Settecento agli  inizi  dell'Ottocento
nelle  citt  industriali  la popolazione era  aumentata  molto  e  in
fretta, in qualche caso anche di dieci volte, mentre lo spazio  urbano
era  diventato  una merce sottoposta alla speculazione di  proprietari
terrieri,   costruttori   edili,   proprietari   di   appartamenti   e
imprenditori. Gli operai vivevano in locali malsani di edifici  vecchi
e  fatiscenti oppure in quartieri appositamente costruiti. Qui le case
erano  addossate  le  une alle altre, le strade strette,  gli  alloggi
formati  da  uno  o  due locali al massimo, che servivano  da  cucina,
camera   e  bagno  per  tutta  la  famiglia,  spesso  assai  numerosa;
l'illuminazione  e la ventilazione erano nettamente  insufficienti,  i
mobili  e  le stoviglie, quando c'erano, erano ridotti all'essenziale;
non  esistevano servizi igienici, se non quelli comuni,  che  venivano
usati da pi famiglie.
     A  causa  dei  bassi salari e dei frequenti aumenti  dei  prezzi,
l'alimentazione era spesso insufficiente per quantit e  quasi  sempre
inadeguata per qualit e valore nutritivo.
     Le   misere   condizioni  di  lavoro,  abitative  ed   alimentari
favorivano la diffusione di numerose malattie, da quelle infettive  ed
epidemiche a quelle professionali; causa ricorrente di morte erano  il
vaiolo, il tifo, il colera, la malaria, la pellagra, la difterite,  il
morbillo,  la scarlattina, la tubercolosi. Negli anni Quaranta,  nelle
citt  industriali inglesi, la vita media degli operai non superava  i
venti anni, mentre quella dei professionisti era di quaranta.
     L'industrializzazione, ponendo fine all'identit  tra  abitazione
e   luogo  di  lavoro,  provoc  anche  la  disgregazione  del  nucleo
familiare.  Tutti  i membri della famiglia, compresi  i  pi  piccoli,
erano  costretti  a  lavorare  per  moltissime  ore  al  giorno  nelle
fabbriche  o  nelle miniere e trascorrevano le poche  rimanenti  negli
alloggi malsani e affollatissimi dei quartieri operai. I rapporti e  i
ruoli  familiari  vennero  sconvolti e la  famiglia  nel  suo  insieme
cominci   a  perdere  importanti  funzioni,  tra  cui  quella   della
formazione  professionale  e  morale dei  figli,  senza  che,  per  il
momento, il suo posto fosse preso da altre istituzioni.
